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La
Russa depreca i cori al Duce durante Bulgaria-Italia, Alemanno
definisce "infamia" le leggi razziali
Momenti
duri per gli uomini di destra, che in tempi di gioventù e
d'opposizione furono a volte estremi, ma che nelle vesti di
governo e di amministratori devono far buon "senso"
a cattivo gioco. "Se mi fossi trovato lì, mi
sarei vergognato", tuona Ignazio La
Russa, grande tifoso della Nazionale, contro la
frangia di ultrà italiani che per la partita Bulgaria-Italia
ha dato vita a cori fascisti, con il Duce come protagonista.
"Quei cori - ha precisato il ministro della Difesa - sono
una vergogna esattamente come è da condannare chi ha bruciato
la bandiera bulgara". "Ma non siamo davanti a un
problema politico, di qualunque colore esso sia - precisa poi
-. Mi rifiuto di analizzare il problema secondo il classico
schema fascismo-antifascismo. Siamo davanti a gente
che non sa assolutamente niente di quello che va urlando, che
non conosce neppure l'abc di quello che dice''. Lo
bacchetta subito il leader della Destra, Francesco Storace:
"Non ho dubbi sulla sincerità del ministro La Russa
quando bolla come vergogna i cori di un gruppo di ragazzi a
Sofia, che sono esattamente simili a quelli che
intonava anche lui quando era giovane come loro".
Risposta secca del ministro: ''Né io né Francesco, secondo
quanto ricordo, abbiamo mai fatto cori del genere, Men che
meno allo stadio. Mi dica lui quando''. Ma Storace non finisce
qui: "Per aiutare anche Ignazio nel delicato lavoro di
riconversione storiografica di una comunità - prosegue
Storace - nei prossimi giorni raccoglieremo e pubblicheremo
nel nostro blog l'elenco dei circoli del suo partito
impegnati in tutta Italia nelle celebrazioni del 28 ottobre (anniversario
della "marcia su Roma", ndr) - alcune
anticipate al 26 perché è domenica... Un po' di vigilanza
antifascista, per evitare pericolose, residue infiltrazioni in
Alleanza Nazionale...". E con ben altri anniversari,
invece, si trova a fare i conti un altro uomo di destra, Gianni
Alemanno. «Le leggi razziali furono
un'infamia del fascismo. Non l'unica, ma certamente
la più grave. Isolarono la comunità ebraica, furono
l'anticamera della deportazione». Parola del nuovo sindaco di
Roma, che ha voluto così rendere omaggio alla marcia della
Memoria per ricordare la deportazione di oltre mille ebrei
romani. Sul palco, Alemanno condanna «con fermezza l'episodio
dei tifosi che hanno urlato frasi fasciste bruciando una
bandiera bulgara». E ancora, «A Roma non c'é spazio per il
razzismo e per la violenza. L'impegno che possiamo prendere di
fronte alla memoria delle vittime del 16 ottobre 1943 è
combattere ogni forma di antisemitismo, razzismo e
discriminazione».
La lettura più lucida di queste prese di posizione nuove di
zecca, la dà forse Mario Cervi su "Il giornale": «Il
centrodestra per bene non deve essere associato a questi
sfoghi belluini (...) Non ci sono scuse anche se
Francesco Storace ne trova qualcuna. E ricorda al ministro
Ignazio La Russa - indignato, e meno male - che cori simili a
quelli di Sofia «li intonava anche lui da giovane». È
difficile capire - ma conoscendo Storace poi ci si arriva - la
razionalità di questa considerazione. Si può anche maturare.
Guai se uno dovesse rimanere tutta la vita ancorato a
trasgressioni e pulsioni dei vent’anni».
Calcio:
lo sport schiavo del non-sport
di
Giacomo Zeni
“Il
calcio
è un gioco sportivo
nel quale si fronteggiano due squadre composte
ciascuna da undici giocatori. Per praticarlo sono utilizzati
un pallone sferico ed un campo di gioco con
due porte. È adottata una serie di regole codificate e
l’obiettivo del gioco è quello di
segnare più punti (goal)
dell’avversario facendo passare
il pallone fra i
pali della porta avversaria.
”(fonte
Wikipedia).
Non è assolutamente
mia intenzione scrivere un
articolo sullo “sport”
calcio, del quale sono un
incompetente da “Bar Sport”, ma
su tutto ciò che di
peggio lo circonda. La citazione,
tratta da Wikipedia, che ho
deciso di inserire altro non è
che una nota quasi romantica di
un calcio che non esiste più da
molto tempo. A parer mio quello
che ancora salva questo magnifico
sport è il gesto atletico, il
dribbling, l’acrobazia e la
loro finalizzazione in goal. Il resto
è da buttare, perché tutto
quello che circonda questo sport
malato non è altro che l’esatta fotografia istantanea
della nostra società. Un
mondo pieno di mediocri che si
credono più furbi, arroganti
arricchiti alle spalle di
inconsapevoli tifosi, netti personaggi
dalle molli decisioni ma dalla
voce (solo quella) tonante, tutti
squallide comparse di un
teatrino” che ormai l’unica cosa
in grado di recitare è il proprio
“de profundis”. E non è mia intenzione
parlare dei morti nel calcio, troppo
facile schierarmi dalla loro
parte protetto da belle frasi
retoriche e demagogiche. No,
lascio in pace queste
povere famiglie rispettoso del loro dolore.
Parlerò di ben altro, e certo
non mancheranno gli spunti, ed inizio
da una brutta cosa: la politica.
QUANDO
IL CALCIO ENTRA IN POLITICA…….
Questo
argomento è, per obbligo di
chiarezza, da suddividersi in due. Quando il gioco
si mette in politica e quando la politica si
mette in gioco. Quando il gioco,
libera espressione di sacrificio, forza,
tecnica, tenacia e resistenza, si
mette in politica è davvero squallido.
Voglio citare, per non dilungarmi troppo, due esempi:
Lucarelli
e Di Canio. Uno di sinistra e
uno di destra. Innanzitutto lo
ribadisco spesso, sono per le libertà
individuali e quindi lungi da me il
censurare chiunque per quello che
dice, o fa, liberamente. Tuttavia
certi atteggiamenti da chi, come
atleta, è visto per la sua tecnica sportiva,
indipendentemente dall’appartenenza politica, la cautela
dovrebbe essere di “rigore”, permette_temi la battuta.
Invece ci si crede di essere in tribuna politica, dimenticando
di essere osservato, con ammirazione anche da ragazzini,
inconsapevoli ancora di ciò che li circonda e che assorbono
come una spugna le gesta del loro eroe. Ma i due calciatori in
questione lo sanno che assurgono, o assurgevano, alle cronache
dei giornali per merito dei loro piedi e non delle loro teste
(inteso nel senso di pensiero)? Lo sanno che si guadagnano, o
guadagnavano, i titoloni con il loro gesto atletico e non
perché considerati leader da seguire? Lo sanno che non è così
automatico essere bravo con i piedi e pretendere di essere
ascoltato anche in cose che non hanno nulla a che vedere con
il calcio? Il calciatore, proprio per questa sua “medialità
esasperata” dovrebbe essere così maturo da parlare
di cose di sua competenza. Perché allora il saluto romano, il
pugno alzato? Perché abbassare di così tanto livello il
calcio?
Che
percorsi culturali hanno fatto per sentirsi così sicuri di
essere nel giusto? Non approfittatevi della vostra
posizione per dire cretinate. Rimanete nel vostro mondo
luccicante ma, per piacere, lasciate l’ipocrisia di pensare
di essere superman solo perché tirate calci ad un pallone. Utilizzate
la vostra immagine per dare il buon esempio, siate missionari,
laici, ma missionari di pace e fratellanza, attraverso lo
sport, anziché infuocare gli animi e acuire le divisioni.
Se c’è uno sport che ci fa sentire tutti italiani quello è
il calcio, per piacere non tagliate anche quest’ultimo filo.
D’ambrosio in un suo intelligente articolo scrive:
”Se
proviamo dunque a fondere calcio e politica, come in un
esperimento di laboratorio, si otterrà una miscela senza
dubbio
ad
alto potenziale esplosivo, un connubio pericoloso ed
evitabile”. O vorremo arrivare al punto di dire che la
rovesciata è di
sinistra,
il calcio di rigore di destra? ….e poi si parla della
violenza degli ultrà…….
.........
E QUANDO LA POLITICA ENTRO NELLO STADIO
Saprete
tutti da dove voglio partire.
Berlusconi. E’ presidente di una
importante società di calcio, è
“sceso in campo”, ha fondato
“Forza Italia” e le sue truppe si chiamano
“azzurri”. Non è una critica, anzi, il
modo migliore per procacciare
proseliti (e voti) in un popolo,
quello italiano, tutto votato al
calcio. Berlusconi, che è un
innovatore (pubblicità, televisione, calcio e politica
lo dimostrano), nel bene o nel male non spetta a me
dirlo, ha intercettato questo aspetto sociale e
l’ha fatto suo e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Per
carità il merito non è solo
del calcio, ma sicuramente, da un
uomo che non lascia nulla al caso, l’aver
interpretato la vita politica in questo senso,
compresi slogan e proclami semplici e diretti, la dice lunga
su come siamo fatti. E non è l’unico, credetemi.
Ma
l’Italia è il calcio e il calcio è l’Italia.
A dire la verità anche prima della seconda
Repubblica il calcio era terra di conquista di voti e i
politici facevano a gara a farsi
vedere tifare per questa o quella
squadra. Perché? Perché il calcio
è stato molto simile ai vecchi partiti politici.
Entrambi generavano passioni, appartenenza e
identità. Oggi, momento storico, in cui, come dice
Castells, i partiti politici non sono
altro che enormi macchine
di propaganda elettorale, il ricorso
al calcio è ancora più insistente e
consistente. Curve e società calcistiche
che si danno appartenenze
politiche non sono che il
degrado della politica che si
attacca a qualunque aggregazione pur di
avere la linfa vitale dei voti.
Non
fa nulla se poi, oltre ad un confronto sportivo,
il calcio e le sue curve si danno all’odio per gli altrui
schieramenti e non fa nulla se questo odio
diventa solo avversione verso
l’altro, poliziotto o tifoso, se
ritornano ritratti di Stalin e Hitler nelle curve,
se si inneggia all’antisemitismo e
all’odio razziale. Anzi! Per i
politici un buon motivo per
rendersi di nuovo illibati proponendo
punizioni esemplari……….e poi si parla della violenza
degli ultrà…….
Fuori
dallo Stadio…….
Scandalo
passaporti, fideiussioni false, doping
amministrativo, decreto spalmadebiti, Moggiopoli,
oltre ai soliti giochetti di fine anno
(giugno per le squadre di calcio) con false
plusvalenze per ripianare i bilanci,
sono le schifezze che stanno, giorno dopo giorno, uccidendo
il calcio giocato. Dov’è il
problema? Il primo problema è che le società
calcistiche, soprattutto quelle dell’alta classifica,
non possono fallire. Perché, mi
dico io, una società, se male
amministrata, non può fallire? Il
fallimento non è una infamia, è una delle
tante vie del mercato. Se non sei
in grado di amministrare una
società, che sia di scarpe o calcistica,devi andare
a fare qualcos’altro.
E
la società deve fallire. Ma siccome siamo in Italia, quando
le cose per le società di calcio vanno bene, il merito
dell’imprenditore, quando vanno male, la colpa non è mai
sua (le responsabilità sono attribuite agli
arbitri, oscure congiure, la sorte ecc.) e i costi, di
conseguenze, si scaricano sulla
collettività. E’ stato così per
il decreto spalmadebiti (che poi è uno
spalmacosti). Vi spiego in poche righe: le società, negli
anni passati, hanno sopravvalutato molti loro giocatori (di
serie B o C o di serie cadette di paesi esteri) per avere i
parametri a posto per l’iscrizione e per far
vedere ai soci e verificatori
che i bilanci erano in utile, si sono trovate dopo un po’ di
tempo ad avere un patrimonio esagerato sotto forma di
giocatori. Secondo le vigenti (per noi) normative, la
svalutazione del “magazzino” giocatori si sarebbe
tramutata in un costo che le
avrebbe messe in ginocchio. Cosa
si è fatto? La possibilità di
svalutare il magazzino spalmando i costi in un certo numero di
anni. Si è coperta una serie di
porcherie degli anni passati con una nuova porcheria. E i
presidenti, sentitamente, ringraziano. E non
credano i poveri, nostalgici, tifosi
che tra le società ci sia ancora rivalità.
Quando si tratta di accordarsi sui bilanci, di scambiarsi
vicendevolmente giocatori mediocri a cifre altissime, quando
ci sono i diritti “Tv” da spartire, non c’è maglia o
appartenenza che tenga, la solidarietà e l’amicizia regna
sovrana.
Il
secondo problema è che le società più importanti sono state
quotate in borsa. Altro gravissimo errore. In un mondo senza
regole come si può garantire il
piccolo risparmiatore, e tifoso, se
vuole acquistare le azioni della
società per cui tifa? Risposta:
chis-se-ne-fre-ga
del piccolo risparmiatore.
Le società con tutti i loro
peccati in bilancio sono state
quotate, nuova massa di contanti nelle tasche dei presidenti,
che sentitamente ringraziano, e nessuna garanzia per il
piccolo risparmiatore.
Molte
squadre dell’alta classifica
sono mirabili esempi di società
che non sono fallite solo perché
quotate. Ma la Consob? Le società di revisione,
obbligatorie per le società quotate? Tutti dormono
di un sonno profondo e si risvegliano solo quando
è il momento di mangiarsi una fetta di torta.
Il
terzo problema, che ho sollevato
in altri articoli, è che manca la certezza della pena,
soprattutto nel calcio, mondo senza
regole
dove conta solo il denaro. E non vorrei dilungarmi su questo,
sapete tutti cosa vorrebbe dire vivere
in un paese dove c’è certezza della pena. Il quarto
problema è che l’indotto del calcio fa sì che la macchina
non si possa più fermare. Giornalisti, opinionisti,
moviolisti, soubrette, pubblicità e televisione sono gli
aspetti della “mercificazione del calcio” e, per dirla
come Baudrillard: “la spettacolarizzazione dello
sport nel mercato dei consumi sembra aver definitivamente
assimilato lo sport all’industria dello spettacolo,
riducendolo a puro oggetto di consumo delle masse”.
Tutto questo indotto non si può più fermare pena una
profonda crisi economica nel nostro paese.E quindi, volenti o
nolenti, accontentiamoci del gesto atletico e rassegniamoci a
lasciare che i soliti furbetti si prendano "gioco"
di noi.
E
DENTRO LO STADIO .....
Provate
voi, passeggiando per il centro della vostra città, ad
aggredire un poliziotto. Cosa vi succederebbe? L’arresto,
processo
e condanna sicura. Più che giusto, anzi sacrosanto. E nello
stadio? L’arena che era dei gladiatori, oggi è dei
teppisti. Nel catino si può fare di tutto. Dallo spaccare,
aggradire, picchiare e insultare, fino a fermare le partite
con pretesti ben poco credibili, e la si fa sempre franca. Al
massimo una bella diffida o il divieto di entrare nello
stadio, subito superato utilizzando la carta d’identità di
un amico o conoscente, magari per nulla somigliante. Ma da
dove nasce questa violenza? E’ tutta colpa degli ultrà?
Alcune considerazioni in merito.
E’,
se mi lasciate passare il termine, avvincente leggere la
storia degli hooligans (Hooley’s Gang era il nome di
una banda
di
teppisti, di origine irlandese, che agiva nei sobborghi di
Londra), ma se inizialmente la battaglia era sempre
indirizzata verso giocatori e arbitri, per poi sfociare in
rivolte cittadine, oggi si cerca la rissa a prescindere
dall’evento sportivo. Ogni pretesto è buono e
l’aggressione sistematica è un nuovo modo con cui le file
delle nostre nuove generazioni evidenziano le differenze e le
ribellioni che si agitano in questa società. Sempre
inizialmente le classi cui appartenevano gli hooligans erano
le “working class”, le classi operaie, mentre oggi basta
leggere alcuni comunicati delle curve per capire come si sono
alzati i
livelli
culturali e l’appartenenza alla “curva” non è più
mono-classe ma trasversale a tutte le classi sociali. Anche
questo è un
dato
da tenere nella dovuta considerazione non più legato
strettamente al calcio ma ad un disagio giovanile più
generalizzato.
Uno
dei tanti come il bullismo nelle scuole, la droga, l’alcool,
e le baby gang che imperversano nelle grandi città. Ma
la violenza società sportive che coccolano (utilizzandoli)
i facinorosi concedendo grosse agevolazioni sui biglietti e
sulle trasferte (salvo poi dichiararsi estranei
quando succedono fatti violenti) il linguaggio dei
media, troppo violento (“battaglia al Bernabeu”,
“aggredire la difesa”, l’ariete che può far male”
sono solo alcuni esempi di titoli di giornale) che
amplifica le gesta e le situazioni provocatorie.
A tutto sommiamo la solita classe politica, inetta ed incapace
di prendere decisioni coraggiose, ma pronta nei soliti,
inconsistenti, proclami a voce alta. Lo stadio, come
spiega in modo molto dettagliato Bruno Barba nel suo libro (Un
antropologo nel pallone), è una realtà molto complessa. Ci
spiega il campo come luogo mitologico, in cui non c’è solo
la sfida tra due squadre. No, il calcio è molto di più, un
insieme di simboli e di rituali straordinariamente ricco.
Specchio e insieme voce della società, non solo sport ma
creatività, riscatto sociale, e anche business, razzismo,
violenza. Prima di proporre soluzioni repressive,
consiglierei a chi decide, di leggere qualche libro in più.
Il Decisore, per me, legge troppo poco, impegnato,
narcisisticamente a contemplarsi nella sua magnificenza.
Qualche libro in più sicuramente non farebbe male a chi crede
di essere il tenutario della conoscenza assoluta. Ammettiamo,
però, che qualcosa si è cercato di porre riparo scopiazzando
gli inglesi, seppur con risultati scadenti. I famosi
“Stuart” in Italia sono dei poveri volontari a 15 euro
lordi a partita che, giustamente, spariscono al primo accenno
di rissa. Pongo una provocazione-soluzione.
Se non abbiamo il coraggio e i mezzi per fronteggiare il
fenomeno ultrà, perchè non allearci con lui? Perché
non chiedere ai capi ultrà di diventare loro responsabili
della sicurezza?. Chi, nella curva è più autorevole
di un capo-ultrà?. Perché non fare un patto dicendo
loro:”Tu mi garantisci la sicurezza ed eviti le risse, ed io
garantisco che sui risparmi che ottengo (tra cui straordinari
polizia, infortuni, macchine rotte, cassonetti ecc.) ti
elargisco una buona percentuale”. Decideranno loro come
spendere questi soldi, per gli striscioni, per beneficenza
oppure per loro stessi. Forse è facendoli sentire
responsabilizzati che si possono ottenere, in modo pacifico,
i migliori risultati. Se la curva diventa un luogo
sicuro, se l’input alla pacificazione ultrà-società
avviene proprio dal loro interno, sicuramente si potrebbero
avere risultati migliori. Credo che anziché la repressione,
che ottiene l’effetto contrario, sia il dialogo la via più
credibile per tornare a vivere il calcio, quello domenicale,
in modo sereno. E penso che sia questo che si
aspettano gli ultrà, essere considerati una parte da
interpellare con diritti e dignità al pari degli altri
attori del calcio. Anche loro possono dare un contributo
importante, anziché subire le decisioni di altri che, magari,
la curva non l’hanno mai vissuta.
E
I CALCIATORI?
Sui
calciatori direi cose brutte, colpito dall’invidia verso
questi ragazzoni, belli, ricchi e famosi (tutto il contrario
del sottoscritto). Quindi mi astengo da qualsiasi commento.
Sono anche loro figli del mercato e liberi di utilizzare le
loro abilità personali come meglio credono. E il mercato dà
loro ragione. Che dire di più? Concludo pensando, con occhi
sognanti, che sarebbe bello, un giorno, potersi sedere in uno
stadio, guardare una partita, gioire e soffrire, contemplando
questo sport con le parole semplici del mai dimenticato Gianni
Brera che nella sua prosa delicata e poetica definiva
il calcio che ci appassionava ogni domenica “quel
misterosenzafinebello”.
FUORI
DALLO STADIO…….
Scandalo
passaporti, fideiussioni false, doping
amministrativo, decreto spalmadebiti, Moggiopoli,
oltre ai soliti giochetti di fine anno
(giugno per le squadre di calcio) con false
plusvalenze per ripianare i bilanci,
sono le schifezze che stanno, giorno dopo giorno, uccidendo
il calcio giocato. Dov’è il
problema? Il primo problema è che le società
calcistiche, soprattutto quelle dell’alta classifica,
non possono fallire. Perché, mi
dico io, una società, se male
amministrata, non può fallire? Il
fallimento non è una infamia, è una delle
tante vie del mercato. Se non sei
in grado di amministrare una
società, che sia di scarpe o calcistica,devi andare
a fare qualcos’altro. E la società deve
fallire. Ma siccome siamo in Italia, quando le cose per
le società di calcio vanno bene, il merito è
dell’imprenditore, quando vanno male, la colpa non è mai
sua (le responsabilità sono attribuite agli
arbitri, oscure congiure, la sorte ecc.) e i costi, di
conseguenze, si scaricano sulla
collettività. E’ stato così per
il decreto spalmadebiti (che poi è uno
spalmacosti). Vi spiego in poche righe: le società, negli
anni passati, hanno sopravvalutato molti loro giocatori (di
serie B o C o di serie cadette di paesi esteri) per avere i
parametri a posto per l’iscrizione e per far
vedere ai soci e verificatori
che i bilanci erano in utile, si sono trovate dopo un po’ di
tempo ad avere un patrimonio esagerato sotto forma di
giocatori. Secondo le vigenti (per noi) normative, la
svalutazione del “magazzino” giocatori si sarebbe
tramutata in un costo che le
avrebbe messe in ginocchio. Cosa
si è fatto? La possibilità di
svalutare il magazzino spalmando i costi in un certo numero di
anni. Si è coperta una serie di
porcherie degli anni passati con una nuova porcheria. E i
presidenti, sentitamente, ringraziano. E non
credano i poveri, nostalgici, tifosi
che tra le società ci sia ancora rivalità.
Quando si tratta di accordarsi sui bilanci, di scambiarsi
vicendevolmente giocatori mediocri a cifre altissime, quando
ci sono i diritti “Tv” da spartire, non c’è maglia o
appartenenza che tenga, la solidarietà e l’amicizia regna
sovrana. Il secondo problema è che le società più
importanti sono state quotate in borsa. Altro gravissimo
errore. In un mondo senza regole come si può
garantire il piccolo risparmiatore, e
tifoso, se vuole acquistare le azioni
della società per cui
tifa? Risposta:
chis-se-ne-fre-ga
del piccolo risparmiatore.
Le società con tutti i loro
peccati in bilancio sono state
quotate, nuova massa di contanti nelle tasche dei presidenti,
che sentitamente ringraziano, e nessuna garanzia per il
piccolo risparmiatore.
Molte
squadre dell’alta classifica
sono mirabili esempi di società
che non sono fallite solo perché
quotate. Ma la Consob? Le società di revisione,
obbligatorie per le società quotate? Tutti dormono
di un sonno profondo e si risvegliano solo quando
è il momento di mangiarsi una fetta di torta.
Il
terzo problema, che ho sollevato
in altri articoli, è che manca la certezza della pena,
soprattutto nel calcio, mondo senza
regole
dove conta solo il denaro. E non vorrei dilungarmi su questo,
sapete tutti cosa vorrebbe dire vivere
in un paese dove c’è certezza della pena. Il quarto
problema è che l’indotto del calcio fa sì che la macchina
non si possa più fermare. Giornalisti, opinionisti,
moviolisti, soubrette, pubblicità e televisione sono gli
aspetti della “mercificazione del calcio” e, per dirla
come Baudrillard: “la spettacolarizzazione dello
sport nel mercato dei consumi sembra aver definitivamente
assimilato lo sport all’industria dello spettacolo,
riducendolo a puro oggetto di consumo delle masse”.
Tutto questo indotto non si può più fermare pena una
profonda crisi economica nel nostro paese.E quindi, volenti o
nolenti, accontentiamoci del gesto atletico e rassegniamoci a
lasciare che i soliti furbetti si prendano "gioco"
di noi.
E
DENTRO LO STADIO…….
Provate
voi, passeggiando per il centro della vostra città, ad
aggredire un poliziotto. Cosa vi succederebbe? L’arresto,
processo
e condanna sicura. Più che giusto, anzi sacrosanto. E nello
stadio? L’arena che era dei gladiatori, oggi è dei
teppisti.
Nel
catino si può fare di tutto. Dallo spaccare, aggradire,
picchiare e insultare, fino a fermare le partite con pretesti
ben poco
credibili,
e la si fa sempre franca. Al massimo una bella diffida o il
divieto di entrare nello stadio, subito superato utilizzando
la
carta
d’identità di un amico o conoscente, magari per nulla
somigliante. Ma da dove nasce questa violenza? E’ tutta
colpa degli ultrà? Alcune considerazioni in merito.
E’,
se mi lasciate passare il termine, avvincente leggere la
storia degli hooligans (Hooley’s Gang era il nome di
una banda
di
teppisti, di origine irlandese, che agiva nei sobborghi di
Londra), ma se inizialmente la battaglia era sempre
indirizzata verso giocatori e arbitri, per poi sfociare in
rivolte cittadine, oggi si cerca la rissa a prescindere
dall’evento sportivo. Ogni pretesto è buono e
l’aggressione sistematica è un nuovo modo con cui le file
delle nostre nuove generazioni evidenziano le differenze e le
ribellioni che si agitano in questa società. Sempre
inizialmente le classi cui appartenevano gli hooligans erano
le “working class”, le classi operaie, mentre oggi basta
leggere alcuni comunicati delle curve per capire come si sono
alzati i
livelli
culturali e l’appartenenza alla “curva” non è più
mono-classe ma trasversale a tutte le classi sociali. Anche
questo è un
dato
da tenere nella dovuta considerazione non più legato
strettamente al calcio ma ad un disagio giovanile più
generalizzato.
Uno
dei tanti come il bullismo nelle scuole, la droga, l’alcool,
e le baby gang che imperversano nelle grandi città. Ma
la violenza società sportive che coccolano (utilizzandoli)
i facinorosi concedendo grosse agevolazioni sui biglietti e
sulle trasferte (salvo poi dichiararsi estranei
quando succedono fatti violenti) il linguaggio dei
media, troppo violento (“battaglia al Bernabeu”,
“aggredire la difesa”, l’ariete che può far male”
sono solo alcuni esempi di titoli di giornale) che
amplifica le gesta e le situazioni provocatorie.
A tutto sommiamo la solita classe politica, inetta ed incapace
di prendere decisioni coraggiose, ma pronta nei soliti,
inconsistenti, proclami a voce alta. Lo stadio, come
spiega in modo molto dettagliato Bruno Barba nel suo libro (Un
antropologo nel pallone), è una realtà molto complessa. Ci
spiega il campo come luogo mitologico, in cui non c’è solo
la sfida tra due squadre. No, il calcio è molto di più, un
insieme di simboli e di rituali straordinariamente ricco.
Specchio e insieme voce della società, non solo sport ma
creatività, riscatto sociale, e anche business, razzismo,
violenza. Prima di proporre soluzioni repressive,
consiglierei a chi decide, di leggere qualche libro in più.
Il Decisore, per me, legge troppo poco, impegnato,
narcisisticamente a contemplarsi nella sua magnificenza.
Qualche libro in più sicuramente non farebbe male a chi crede
di essere il tenutario della conoscenza assoluta. Ammettiamo,
però, che qualcosa si è cercato di porre riparo scopiazzando
gli inglesi, seppur con risultati scadenti. I famosi
“Stuart” in Italia sono dei poveri volontari a 15 euro
lordi a partita che, giustamente, spariscono al primo accenno
di rissa. Pongo una provocazione-soluzione.
Se non abbiamo il coraggio e i mezzi per fronteggiare il
fenomeno ultrà, perchè non allearci con lui? Perché
non chiedere ai capi ultrà di diventare loro responsabili
della sicurezza?. Chi, nella curva è più autorevole
di un capo-ultrà?. Perché non fare un patto dicendo
loro:”Tu mi garantisci la sicurezza ed eviti le risse, ed io
garantisco che sui risparmi che ottengo (tra cui straordinari
polizia, infortuni, macchine rotte, cassonetti ecc.) ti
elargisco una buona percentuale”. Decideranno loro come
spendere questi soldi, per gli striscioni, per beneficenza
oppure per loro stessi. Forse è facendoli sentire
responsabilizzati che si possono ottenere, in modo pacifico,
i migliori risultati. Se la curva diventa un luogo
sicuro, se l’input alla pacificazione ultrà-società
avviene proprio dal loro interno, sicuramente si potrebbero
avere risultati migliori. Credo che anziché la repressione,
che ottiene l’effetto contrario, sia il dialogo la via più
credibile per tornare a vivere il calcio, quello domenicale,
in modo sereno. E penso che sia questo che si
aspettano gli ultrà, essere considerati una parte da
interpellare con diritti e dignità al pari degli altri
attori del calcio. Anche loro possono dare un contributo
importante, anziché subire le decisioni di altri che, magari,
la curva non l’hanno mai vissuta.
E
I CALCIATORI?
Sui
calciatori direi cose brutte, colpito dall’invidia verso
questi ragazzoni, belli, ricchi e famosi (tutto il contrario
del sottoscritto). Quindi mi astengo da qualsiasi commento.
Sono anche loro figli del mercato e liberi di utilizzare le
loro abilità personali come meglio credono. E il mercato dà
loro ragione. Che dire di più? Concludo pensando, con occhi
sognanti, che sarebbe bello, un giorno, potersi sedere in uno
stadio, guardare una partita, gioire e soffrire, contemplando
questo sport con le parole semplici del mai dimenticato Gianni
Brera che nella sua prosa delicata e poetica definiva
il calcio che ci appassionava ogni domenica “quel
misterosenzafinebello”.
Riceviamo
e pubblichiamo: |